La Spagnoletta Algherese

 Alghero è stata, nel lontano 1354, meta di una massiccia immigrazione di coloni aragonesi, valenziani, majorchini, ma soprattutto catalani, tradizionalmente dediti alla pesca del corallo e delle aragoste. Fissata stabilmente la loro dimora nella cittadina, trovarono modo di proseguire queste attività e di tramandarle di generazione in generazione. La città è nota come “L’Alguer”, la “Barcelloneta Sarda” e ancora oggi il dialetto locale è di chiara origine catalana.

In questa zona, per la pesca delle aragoste, è stata a lungo impiegata la spagnoletta, tipica barca di origini relativamente recenti, catalane o forse delle isole Baleari; ricorda molto il llaut di Majorca, anche se più filante nelle forme.

Si dice che un’imbarcazione di questo tipo sia stata portata dalla Spagna ad Alghero attorno al 1900 da un commerciante di aragoste catalano che svolgeva traffici con le Baleari e la Spagna, su una grande aragostiera, un veliero che passava a raccogliere il pescato per poi portarlo ai mercati di Barcellona, Marsiglia, Genova, ecc..

La barca fu venduta a un pescatore locale e divenne nota per le sue doti di stabilità e boliniere, che le consentivano di risalire il vento, verso i campi di pesca ubicati al largo, più velocemente delle altre imbarcazioni. In breve tempo diversi pescatori algheresi richiesero ai carpentieri locali scafi similari per praticare più agevolmente il “mestiere dei giunchi”, ossia la pesca con le nasse.

L’Espanyoleta ""nel dialetto Catalano locale"", trovò rapidamente larga diffusione da Alghero a Bosa fino agli anni Cinquanta, quando il definitivo avvento del motore segnò il tramonto della vela nel mondo del lavoro sul mare.

Lo scafo di questa tipologia di barca risulta molto elegante, scende molto in acqua con la chiglia, è molto affinato a prua e a poppa, con poche ordinate centrali piene e molto larghe, non prevedendo grandi carichi a bordo. Il dritto di prora è verticale – leggermente rientrante in quelle più antiche – e date le linee di scafo molto rastremate alle estremità, la spagnoletta risulta bassa sull’acqua e ha un maggior pescaggio rispetto al classico ‘gussu’ algherese.

Tradizionalmente la lunghezza di questa barca è di 24 o 26 palmi (il palmo corrisponde a 0,25 metri circa) ossia di 6 o 6,5 metri, con un baglio massimo leggermente superiore al classico terzo, rispettivamente di 2,10 o 2,30 metri.

La chiglia scende esternamente al torello per una profondità di circa 12-14 centimetri; il dritto di prua solitamente si eleva sopra il rivestimento del fasciame di circa mezzo metro ed è sempre sormontato dalla pernaccia intagliata – localmente capellina o cap de mort – vivamente colorata. Al dritto di poppa sono fissati gli attacchi del timone, alto da 1,60 a 1,80 metri, che scende oltre la chiglia di circa mezzo metro. Solitamente le spagnolette venivano pontate con un ampio boccaporto centrale, lungo e stretto; la coperta presenta un bolzone notevolmente accentuato, sia per avere più spazio sottocoperta, sia per facilitare lo scarico dell’acqua che può entrare sul ponte durante la navigazione a vela attraverso gli ombrinali. Vi erano poi tre banchi, uno a proravia per la voga, uno in posizione quasi centrale in cui veniva solidamente fissato l’albero e un terzo a poppavia, che delimitava la zona del timoniere e del marinaio.  

L’equipaggio comprendeva solitamente tre uomini: il timoniere, un marinaio e l’uomo di prua, addetto alle vele di prua e alle manovre, l’orza e la poggia, dell’antenna.

Il sistema costruttivo era quello tradizionale mediterraneo a comenti, che prevedeva l’impostazione della chiglia, del dritto di prua e di poppa, quindi le ordinate composte da madieri e staminali, i corsi di cinta, i dormienti, i bagli, i banchi, i corridoi, il trincarino, gli scalmotti, le falche e infine i bordi, cui venivano fissate le scalmiere  e i relativi scalmi per i remi. A prua venivano sistemati il travante e le munaghette, che costituivano i punti di forza per le cime d’ormeggio.

Il legname impiegato nella costruzione, per l’ossatura in generale era il leccio, mentre per il fasciame, la coperta  e le falche dell’opera morta si utilizzava il pino corso, dalle ottime caratteristiche di flessibilità e resistenza specialmente in acqua. Per economia qualche volta i maestri d’ascia ripiegavano per i madieri sull’olivo, molto diffuso in quella zona, o il ginepro e l’olivastro, mentre a Carloforte si ricorreva spesso al pino di rocca, caratteristico dell’isola S. Pietro.

Il maestro d’ascia, aiutato da un apprendista, impiegava circa tre mesi per costruire una spagnoletta, quasi sempre all’aperto in prossimità dei moli o sulla spiaggia. Fasciame e tavole della coperta venivano tutti calafatati; lo scafo era quindi stuccato e passato con almeno due mani del classico minio all’olio di lino. Tradizionalmente alla pitturazione provvedeva lo stesso pescatore che utilizzava i colori che preferiva o che aveva a disposizione, solitamente bianco o grigio per l’opera morta e l’antivegetativo rosso per l’opera viva; si usava poi l’azzurro, il giallo, più raramente, il verde per ravvivare l’esterno dello scafo nelle finiture, cinte e capo di banda. Era poi abitudine incidere a prua la stella a cinque punte racchiusa in motivo geometrico a forma di tenaglia, questo in onore della vergine di Porto Salve, la “stella Maris”. A ulteriore testimonianza del legame dei pescatori col mondo religioso i nomi delle imbarcazioni “Stella del Mare”, “Buon Gesù”, “S. Giuseppe”, “S. Lucia”, “Nostra Signora di Valverde”, “Madonna delle Grazie”, “S.S. Vergine del Rimedio”; ma anche i legami familiari avevano molta influenza, per cui la barca veniva varata col nome della donna del pescatore: “Annina”, “Carmenia”, “Maria”, “Maria Vittoria” e “Antonietta”.  

La Spagnoletta, come quasi tutte le barche da lavoro dell’isola, veniva armata con la tradizionale vela latina; l’albero era sistemato ortogonale a proravia della mezzeria della barca, ed era fissato al banco trasversale, con il piede incassato nella scassa; solitamente la sua lunghezza era leggermente inferiore a quella dello scafo: 5,60-6,20 metri. La grande vela era inferita alla lunga antenna dai 9,50 agli 11 metri – che era in un unico pezzo e senza lampazza. Veniva realizzata con teli di cotone accostati l’uno all’altro, cuciti e quindi tagliati nella classica forma triangolare. I ferzi avevano la larghezza del telo, circa 40 centimetri, e il lavoro veniva abitualmente eseguito da qualche anziano pescatore di famiglia. La superficie della vela latina per una spagnoletta di 6 metri di lunghezza era pari a 20-25 mq; la vela aveva una mano di terzaroli che consentiva di passare a una superficie ridotta di circa 15 mq.. l’armamento era quindi completato da un fiocco scorrevole sullo spigone che sporgeva a dritta dell’asta di prua. Vi era una dotazione di tre fiocchi: il ‘buraccò’ dalla massima superficie (10-11 mq.) il ‘mich vent’ per i venti medi (6-7 mq.) e la ‘cigarola’ per i venti forti (2-3 mq.), l’equivalente della moderna tormentina.  

 Le manovre indispensabili per posizionare la vela latina, solitamente a dritta dell’albero, erano: il paranco di drizza – passante per la carrucola in testa d’albero – per il sollevamento dell’antenna, la trozza per tenere ben accostata all’albero l’antenna, l’amantiglio  dell’antenna per tenere nella giusta inclinazione la vela, l’orza e la poggia per la regolazione della posizione del carro, la parte inferiore dell’antenna, e quindi la scotta per tenere in assetto la vela. Il fiocco veniva agganciato nell’angolo inferiore, di mura, all’anello scorrevole sul bompresso o spigone mediante una semplice drizza di tira e molla, quindi issato in testa d’albero con una drizza di prua per l’angolo di penna e poi tenuto in assetto con le scotte fissate alla bugna. Le manovre e i paranchi erano facilmente sganciabili da vele e antenna mediante i coccinelli; a piè d’albero erano collocate le gallocce su cui si poteva dar volta alle manovre.

L’armamento di bordo prevedeva due o quattro remi lunghi dai 4 ai 4,50 metri, un ancorotto a grappino a quattro marre, un visore con lastra di vetro per ispezionare il fondale; non mancavano poi un bugliolo in doghe di legno, la sassola e la spugna per asciugare la sentina. In alcune spagnolette dedite alla pesca delle aragoste poteva anche essere collocato in sentina un piccolo vivaio che consentiva al pescatore di conservare il pescato in buon condizioni fino a che veniva completata la raccolta dalle nasse; altrimenti si provvedeva a creare col giunco palustre dei vivai temporanei collocati in zona. Al rientro a terra vi erano i grandi cassoni di legno in cui si conservavano le aragoste sotto continua sorveglianza fino all’arrivo delle grandi aragostiere provviste di particolari stive vivaio.  

La Spagnoletta può essere considerata un buon veliero, veloce e in grado di stringere bene il vento, particolarmente adatta alla pesca con le nasse. La nassa (una campana di giunco a due imbuti e verghe mobili) era un attrezzo molto leggero, ingombrante; il vasto ponte poteva portare una sufficiente quantità di queste particolari “trappole” senza caricare lo scafo e mutarne l’ottimo comportamento in mare. Erano però facilmente deteriorabili e talvolta venivano perse in mare, per cui i pescatori – nel tempo libero – erano sempre impegnati a ripararle o a farne di nuove dopo aver fatto seccare i giunchi accuratamente scelti. A seconda del periodo dell’anno venivano impiegati tipi di nasse differenti per la cattura di prede diverse: aragoste, murene, gronghi e altre specie. Calate a gruppi sui campi da pesca, legate a una cima e ancorate sul fondo con le mazzare di pietra, venivano controllate giornalmente per prelevare il pescato e, dopo aver sostituito l’esca, essere risistemate sul posto.

Lo scafo della Spagnoletta mal si adattava all’impiego del motore, per cui dopo gli anni ’50 ne cessarono le costruzioni. 

Degno esempio di questa tipologia di imbarcazione ormai destinata a scomparire è la Spagnoletta “Carmenia” di Angelo Dessì, grande appassionato e cultore della marineria a vela latina, che dobbiamo ringraziare di tutto il materiale e le informazioni messe a disposizione per la realizzazione di questo articolo. Il rilievo dello scafo è stato effettuato dall’ingegnere Luigi Scotti che, oltre ad essere un ottimo progettista è armatore ed è anche uno dei più noti skipper di vela latina.

“Carmenia”, ex “Liberata”, è stata costruita ad Alghero nel 1936 dal carpentiere Feniello; è poi rimasta ferma per ben due anni in un magazzino della villa del Conte di S. Elia (ora hotel “Las Tronas”) senza essere utilizzata, finché non fu acquistata, nei primi mesi del 1938, da Domenico Campus, pescatore a Bosa. Com’era consuetudine il Campus, volle onorare la moglie dando il suo nome, “Liberata”, all’imbarcazione.

La barca fece il suo primo viaggio per mare al timone di Domenico Campus per trasferirsi da Alghero a Bosa; per l’attrezzatura velica fu utilizzato l’armamento di un’altra imbarcazione similare, bosana. “Liberata” venne poi impiegata per la pesca delle aragoste con le nasse specialmente nel tratto di mare che da Bosa va fino a Capo Frasca. Negli anni 1943-45, Domenico Campus venne richiamato alle armi e la Spagnoletta venne quindi messa in disarmo.

Tornato a casa, Domenico riprese l’attività peschereccia dopo aver ottenuto la regolare licenza alla “pesca limitata”, licenza datata 15 novembre 1945 e tuttora conservata, in cui fra l′altro si legge "La barca da pesca denominata Liberata, al comando del pescatore sottindicato e della portata di tonnellate una e 70/100, iscritta al N° 12 della R. Delegazione di Spiaggia di Bosa, di proprietà Campus Domenico domiciliato a Bosa, è autorizzata ad esercitare la pesca nel primo Distretto”. Nella licenza è annotato anche il pagamento precedente “Ha pagato il diritto di L 12 con bolletta della R. Dogana di Alghero il 10.3.1938”, che attesta la data di inizio attività.

Nel 1951 l’imbarcazione fu venduta a un altro pescatore bosano, Antonio Giovanni Puggioni, che nel 1952 fece installare a bordo il primo motore, un Lombardini da 6 hp con raffreddamento ad aria. Egli impiegò la “Liberata” sempre nella pesca con le nasse fino a tutto il 1977, quindi la rivendette al fratello minore del primo proprietario, Salvatore Campus, più noto come Mino tra la comunità di pescatori. Questi il 31.5.1978 inoltrò regolare istanza alla Delegazione di Spiaggia di Bosa per cambiare nome alla barca in “Carmenia” (corrispondente a Carmela in dialetto bosano) e poi sostituì il motore Lombardini con il più potente Farymann da 12 hp “Carmenia” venne utilizzata da Salvatore solo per pochi anni e poi fu venduta dalla famiglia a un pescatore di Alghero, Domenico Caria. Dopo quarantasei anni la Spagnoletta fece così ritorno via mare ad Alghero per essere impiegata in rada nella pesca, ma questa volta con le reti. Tale mestiere però mal si adattava ai volumi e alle forme della Spagnoletta; per quest’attività solitamente si usavano i tradizionali gozzi più panciuti e capienti; così nel 1989 fu smessa per la pesca.

Così “Carmenia” nel 1989 venne acquistata da Angelo Dessì, che ha voluto ripristinarla nell’armamento originale di quando era impiegata nella pesca con le nasse e operava esclusivamente a vela; in questa fase lo stesso Domenico Caria ha voluto contribuire, fornendo tutte le sue conoscenze specifiche. Pur essendo uno dei promotori e forse anche l’anima della nota “Regata a Vela Latina” di Stintino che ormai è arrivata a una settantina di presenze, Angelo Dessì non si è mai fatto coinvolgere nel travisare lo spirito di conservazione della barca tradizionale per volerla rendere più agonistica e competitiva. Le manovre a bordo sono state realizzate in canapa. Le vele sono rigorosamente in cotone, grazie anche alla piena collaborazione e all’impegno della “Murphy & Nye” di La Spezia che ne ha reso possibile la realizzazione con i sistemi artigianali di un tempo, restituendo piena dignità a quella che era una delle “reginette” della Vela Latina in Sardegna. L’armamento è stato eseguito a regola d’arte da Salvatore Novoli, marinaio da sempre.

Nel 2001 ‘Carmenia’ è stata acquistata da Pietro Fois e da Salvatore Fortunato di Alghero. E’ stata completata l’opera di restauro presso il Cantiere Navale Iavazzo di Alghero e l’ormai vecchio Farymann è stato sostituito con un più moderno Lombardini 2 Cilindri. Per rendere la barca più performante le vele sono ora in dacron.

Inoltre le è stato restituito il suo nome originale, ‘Liberata’.  

“Liberata” si può considerare la più interessante e bella tra i pochissimi esemplari di Spagnoletta ancora oggi esistenti.

                                                                                                                                  da Vele Latine Alghero

    ""  Spagnoletta Liberata ""

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