Leudo Leonidas

Dall’antica sapienza dei Mastri d’Ascia nasce dopo 80 anni un Leudo Genovese.

La Maddalena. Un nome dolce. Un nome che sembra evocare un destino. Quasi una poetica allusione alla sua forma, alla sua anima viva di legno: perché in Arabo “Leudo” significa Liuto. Ma non è uno strumento, è invece una barca che sa scivolare nel vento leggero come una carezza, ma sa anche affrontare sicura il mare quando si gonfia e diventa cattivo. E ruggisce.

 Il Leudo Genovese è una barca a Vela Latina che ormai appartiene al passato, a un altro tempo e ad altre vite. Era utilizzata nei secoli scorsi come imbarcazione da trasporto e, a volte, anche per la pesca. Erano dei piccoli e robusti velieri che trasportavano di tutto dalla Liguria alla Toscana, alla Corsica, fino alla Sardegna. Erano l’unico legame che univa gli abitanti delle isole minori alla terra ferma. Ed erano perciò il simbolo di un mondo di fatica e di pericoli ormai perduto da decenni. Tanto che oggi nei mari italiani navigano solo sei di queste imbarcazioni.

 Ma tra qualche settimana ce ne sarà una settima. Diventerà l’ammiraglia di quella straordinaria flotta a Vela Latina dell’Arcipelago Maddalenino, nella quale si perpetua una tradizione marinaresca che oggi un gruppo di giovani difende e cerca di rinnovare.

 Operazione culturale, dunque. Ma anche ipotesi di un lavoro possibile. L’obiettivo è infatti quello di utilizzare strumenti e sapienze antiche per sviluppare un turismo innovativo ed ecocompatibile. Un turismo garbato e non invadente, rispettoso di quel fragile gioiello naturalistico che è l’arcipelago della Maddalena.

 Tre anni fa è così nata l’«Associazione nazionale Velieri in Vela Latina» per iniziativa di una decina di giovani uniti dalla passione per il mare e per la loro terra. «La nostra storia, dice Ivan Zanchetta, membro dell’Associazione e armatore del Leudo Genovese in costruzione è quella di chi cerca di costruirsi un futuro senza perdere il senso del passato. Ma si può anche dire di fare di una passione un lavoro».

 Zanchetta è già armatore di un Gozzo Sardo di oltre dieci metri, il Lybra, costruito dai famosi Maestri d’Ascia Polese, di Porto Torres. Una barca che oggi segue le rotte dell’arcipelago, facendo servizio di charter giornaliero all’interno del parco.

 «Cercavamo un vecchio Leudo da restaurare dice ancora Ivan Zanchetta, ma questo tipo di imbarcazione è ormai rarissimo. Ho così pensato di costruirne uno tutto nuovo». Zanchetta è riuscito a recuperare i disegni di un vecchio Leudo Vinacciere della fine dell’Ottocento, costruito a Lavagna dal mitico Maestro d’Ascia Lorenzo Figallo, detto “Lorencin”. La barca venne demolita a Marciano Marina nel 1968. Ora rinascerà con lo stesso nome.

 Le dimensioni dell’imbarcazione sono davvero notevoli: quasi quindici metri di lunghezza per cinque di larghezza. Supererà le venti tonnellate di stazza. E’ una scommessa per i Maestri d’Ascia del cantiere di Vincenzo e Tino Carrano a Moneta. Ma è anche uno straordinario esempio per ridare coraggio agli altri Maestri d’Ascia Maddalenini. Uomini che conoscono gli antichi segreti per modellare il fasciame di larice, levigare la coperta di iroko e costruire lo scheletro di quercia. Per avere una dimensione dell’impresa di recupero culturale che si sta compiendo in questi mesi a La Maddalena, basti pensare che in Italia non si costruiscono barche di questo tipo da oltre ottant’anni.

 «Dietro il nostro lavoro - dice ancora Zanchetta c’è una filosofia di vita. Nella nostra associazione siamo infatti accumunati dal fascino per un armo magico come la Vela Latina e dal legame profondo verso il nostro mare. E tutto questo passa anche attraverso il recupero di un mestiere che è anche un’arte».

 E infatti creare questi piccoli velieri che sanno scivolare sulle onde, appoggiandosi al vento, e che possono approdare anche dove non esistono porti è un qualcosa che va oltre le capacità artigiane. E’ infatti di più, molto di più. Forse proprio un’arte.

Un’arte che sembrava destinata a spegnersi dopo un’infinita agonia. Ma da La Maddalena come però anche a Carloforte e a Porto Torres qualcosa si sta muovendo. Ed è soprattutto grazie alla spinta di gruppi di giovani che stanno cercando un recupero di antiche tradizioni marinare che rischiano di morire. Imparando l’antica arte, ma anche studiando e cercando di reinterpretare un modo di andare per mare che è anche una filosofia di vita. Quasi un sentimento.

 «Le difficoltà che incontriamo dice ancora Ivan Zanchetta sono tante. Ma quella che ci sembra più difficile da superare è l’indifferenza di molti. Noi, comunque non ci arrendiamo e continuiamo ad andare avanti per la nostra strada. Anzi, per il nostro mare».

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