MEMORIE - Anni 1939 - 2003 di Antonio Bo 

Nella prima metà  del 1900 esisteva a Porto Torres una numerosa flottiglia di barche i cui marinai esercitavano un'attività , ormai scomparsa e dimenticata, chiamata "Li Saurranti" (zavorranti). attività faticosissima di carico e trasporto della sabbia e ghiaino silicico, che veniva prelevato dalle spiagge del litorale compreso tra Cabu D'Aipru - Punta d'Elici - Li Salini. Questo materiale veniva utilizzato, principalmente per scopi edili e per lavori stradali. Tutte le case popolari del quartiere "II Monte", a Sassari, vennero costruite, negli anni trenta, esclusivamente con sabbia e ghiaia caricata e trasportata dai "Saurranti" con quelle barche. Questo materiale veniva usato anche come zavorra, dei grossi velieri o bastimenti a vela che venivano dalla Toscana e dalla Liguria carichi di mercanzia varia (laterizi -  riso - zucchero - cemento castagne - ardesie ecc.), che il più delle volte erano costretti a ripartire scarichi. Altra attività  che svolgevano le barche di "Saurra" era il trasporto del minerale, blenda e galena argentifera (zinco e piombo), dal pontile dell'Argentiera alle grosse navi ancorate in rada a poche centinaia di metri dalla costa.

La flottiglia turritana era composta da otto o dieci barche e precisamente: 

  • LAMPU - Feluca il cui armatore era Lorenzo Nuvoli;
  • TU CI MANCAVI - Feluca di Nicolino Concas;
  • GIOVANNI - Leudo di proprietà  di Augusto Bonomo;
  • BARTOLOMEO - (nota Riva) - Leudo dell'armatore Ciro Polese;
  • CATERINA - Leudo degli armatori Romeo Del Giudice e Dino Bo, alla pari;
  • GIOVANNA - Leudo dell'armatore Dino Bo;
  • MARIA O MARIA  - dell'armatore Gavino Manca, passato poi al servizio di postalino e al trasporto di  merci e persone per la colonia penale dell'Asinara;

Giovanna era la più vecchia e la più piccola barca della flottiglia. Aveva però un pregio, batteva tutte le altre barche con calma di vento, perchè con la bonaccia queste barche navigavano a remi, con quattro vogatori di punta (a spinta).

Poichè la retribuzione avveniva per quantità trasportata, nel particolare lavoro del minerale, dove si usavano esclusivamente i remi per il breve tragitto tra il pontile e la nave, il leudo Giovanna superava le altre barche anche di alcuni viaggi giornalieri; per tale motivo, questa barca aveva acquisito il nomignolo di "Lu Sandolino.

Quando soffiava il vento fresco di maestrale o ponente la rada dell'Argentiera non offriva un sicuro riparo ed i porti più vicini erano Alghero a Sud e Portotorres a Nord, oppure, la rada di Porto Conte o sottovento a Stintino.

Per ovviare ai pericoli a cui si andava incontro per raggiungere detti approdi, gli equipaggi in più di qualche occasione, provvedevano a tirare a secco le barche sulla spiaggia dell'Argentiera. A tale scopo, ogni barca, portava con se le attrezzature per l'alaggio (argano - paranco - paratopi - gomene e materiale vario) che veniva allestito sulla spiaggia già  all'arrivo, e tenuto pronto per l'improvvisa emergenza. In una di queste operazioni, al Leudo Giovanna occorse un incidente; durante il varo scappò una tenuta e la barca scivolò rapidamente in mare senza controllo, l'impatto violento con il fondo sabbioso provocò la rottura in chiglia e lo svergolamento di alcune tavole del fasciame rendendo la barca un colabrodo. Questo danno non dava più garanzie di sicurezza nel lavoro ed inoltre fu ritenuto non riparabile in considerazione della vetustà della barca, poichè quest'ultima era stata costruita nel primo ventennio del 1800, oltre 100 anni prima.

Conseguentemente a questo fatto l'armatore Dino Bo, dovette sostituire la barca. Eravamo agli inizi del 1939 e l'armatore contattò il carpentiere Antonio Polese (il vecchio) e figli Mario e Alfredo affinchè preparassero un preventivo per la costruzione di un Leudo. Come modello di scafo scelse il leudo Bartolomeo (il Riva), il migliore fra quelli della flottiglia, sia come linea estetica, sia come caratteristiche marinare.

Verso la fine del 39 conclusero le trattative e stipularono il contratto per l'importo di novemila lire.

Iniziarono i lavori ma di li a poco scoppiò la guerra che ne rallentò la costruzione. I Polese si giustificarono lamentando la mancanza di alcuni materiali e l'aumento dei prezzi in conseguenza della guerra. Per tale motivo, il committente, concesse un aumento di mille lire, sul pattuito, portando l'importo a diecimila lire. Un particolare curioso, i Polese si costruirono personalmente alcuni tipi di chiodi con forgia e trafila e li zincavano con un rudimentale crogiuolo.

Finita la costruzione dello scafo, vista la cronica carenza dei materiali, dovuta alla guerra in corso, l'Antonio 1° venne armata con il materiale proveniente dal Leudo Giovanna, mandato nel frattempo in demolizione, vennero utilizzati l'albero, l'antenna, il bompresso, le vele, il sartiame, i bozzelli e tutto il cordame. Iniziò  cosi il lavoro della "Saurra" a vela, remi e ... sudore.

II primo capo barca dell'Antonio 1° è stato Antonio Meloni, già capo barca del Giovanna, (noto Consorte). Poco dopo dovette lasciare l'incarico perchè venne richiamato alle armi, passando le consegne al suo marinaio di fiducia Flavio Concas. Intanto la guerra, inesorabilmente , andava avanti e si arrivò  cosi al 17 (o 27 - non ricordo bene) Aprile 1943, domenica delle Palme, il giorno in cui Porto Torres subì il più cruento bombardamento aereo che si ricordi. Ingenti furono i danni ai fabbricati, alle opere portuali oltre all'affondamento di tre grossi piroscafi da trasporto e un cospicuo numero di piccole e medie imbarcazioni.

Tra queste ultime subì l'affondamento proprio l'Antonio 1° a causa dello spostamento d'acqua causato dallo scoppio di una bomba, esplosa a breve distanza, che le causò la rottura in chiglia, lo schiodamento delle tavole del fasciame e l'allentamento dei comenti.

Peggiore sorte subì il gemello Bartolomeo che, colpito da una bomba a poppa ne fece sparire l'intero scafo escluso un piccolo spezzone di prua di circa tre metri.

Il recupero dell'Antonio 1° dal fondo del mare avvenne tra mille peripezie, sia per la mancanza di personale, sia per i continui allarmi antiaerei che ne interrompevano il lavoro. In mezzo alla disgrazia vi è stato anche un pizzico di fortuna per il fatto che, tutte le barche di "Saurra" erano ormeggiate su un corpo morto e disposte in linea parallela di fronte allo scalo di alaggio, con la prora rivolta verso terra. Questa posizione ne ha facilitato il recupero.

II personale che prese parte alle operazioni di recupero (un alaggio anomalo) era già scarso per un alaggio normale, figuriamoci per quel caso specifico, ma come si sa il bisogno aguzza l'ingegno e aumenta l'impegno.

Le persone addette al compito erano cinque: l'armatore Dino Bo - l'ex capo barca Antonino Meloni che per la circostanza dovette chiedere un permesso al Comando Militare. Il capo barca Flavio Concas ed il figlio dell'armatore Mario e io stesso.

II lavoro di alaggio prosegui a rilento, metro per metro, per lasciare defluire l'acqua dai comenti tra il fasciame sconnesso ed alleggerire la barca ed anche per le continue interruzioni per gli allarmi, che ci costringeva a scappare al rifugio antiaereo più vicino (la galleria della ferrovia).

Terminata l'operazione di recupero l'Antonio 1° venne sistemato nella parte alta dello scalo (fuori ingombro) in attesa della riparazione che avvenne a distanza di anni, sia per la mancanza di materiali, sia per la situazione economica nazionale critica e anche in seguito all'accertamento dei danni di guerra. Giunti al 1950 la situazione si stabilizzò, infatti in quel anno io lavoravo con l'Ente Foreste Demaniali (Foresta di Monte Pisano), e procurai il legname necessario per il lavoro di restauro delle strutture danneggiate.

Ricordo che il costo per il trasporto del legname dalla foresta al paese più vicino, Bono, è stato superiore al costo del legname di circa 4-5 volte. Trasporto effettuato con carri trainati da buoi su piste impraticabili per la mancanza di strade, in ultimo il trasporto da Bono a Porto Torres con un camion, per quei tempi mezzo raro e costosissimo.

II restauro fu affidato a due carpentieri del posto e precisamente a Nicola Parodi ed un certo Seghenzi, la barca in condizioni di navigare, riprese il lavoro, sempre a vela e a remi.

Dopo qualche anno nella marineria Portotorrese, sia peschereccia sia da "Saurra", maturò l'esigenza di installare a bordo il motore. Tra i Saurranti il precursore fu Augusto Bonomo con la barca Giovanni, montando un motore Fiat - Diesel - 4 cilindri, seguì l'Antonio 1° con l'installazione di un motore a testa calda - monocilindrico - marca Bolinder - 25 HP con avviamento ad aria compressa e riscaldamento della testata con lampada a vapore di benzina.

L'impianto di avviamento è  stato poi sostituito o modificato con il tipo a miccia, detto anche a cartuccia o a sigaretta. Un motore considerato antiquato ma semplice, robusto e sicuro e ne ha dato prova.

Con l'evolversi dei tempi, la costruzione di nuove strade, lo sviluppo dei trasporti su gomma il mestiere del "Saurrante" divenne lentamente meno remunerativo sino a diventare anti-economico, da allora cominciò la riconversione dell'attività o il disarmo e la demolizione delle barche.

L'Antonio 1° fu convertito in peschereccio e utilizzato nella pesca della lampara. Per lo scopo fu montato un verricello, accoppiato al motore, bigo e crocetta, venne acquistata la rete e tutta l'attrezzatura necessaria. Come risaputo la pesca al pesce azzurro in particolare presenta alterne vicende.

L'Antonio 1° ha avuto delle buone annate con ottime pescate., ricordo che in una sola notte e in una sola cala ha pescato 140 quintali di sgombri. Oltre al carico sull'Antonio 1°, al limite della portata, vennero riempite di pesce anche le due lance delle luci e la lancia della spia. Il pesce ancora nella rete venne caricato su un'altra lampara, che pescava nelle vicinanze, e che aveva pescato poco o nulla.

Dopo le due ultime annate negative e per motivi particolari l'armatore decise di mettere la barca in disarmo, e dopo alcuni anni fu venduta a Peppino Sannino (figlio di Filippo ) che riconvertì  la barca alla pesca della sciabica e dei tramaglioni installando un motore diesel più potente.

Passati alcuni anni il Sannino vendette l'Antonio 1°ad un armatore di Santa Teresa, di nome Domenico Nicolai, che a sua volta si trasferì alla Maddalena.

Da allora ho perso le tracce ed il destino dell'amato Leudo.Ho appreso recentemente, da fonte attendibile, che l'Antonio 1° è stato anche in Spagna, presso l'isola di Alboran, praticando la pesca del Corallo e che in tale circostanza rischiò il naufragio trovandosi coinvolto in un fortunale.

Nella regata della Vela Latina di Stintino ebbi modo di conoscere il nuovo armatore di Antonio 1°, Massimo Di Meglio e con lui ho rievocato la storia e le vicissitudini del vecchio Leudo e soprattutto ricordato alcuni Capo Barca, o meglio Capo Pesca, che comandarono l'Antonio 1° nel periodo di pesca a lampara, questi sono: Antonino Locce (Cedromo¨ ) - Nicola Sannino - ed uno degli ultimi, che comandò la barca per parecchi anni e che proveniva da Ponza, con tutto l'equipaggio, conosciuto con il nomignolo di "Capitan Fracassa". Dopo quella sera ho deciso di scrivere questo breve racconto.

Concludo rivolgendo un sentito ringraziamento ai fratelli Di Meglio per il sacrificio fisico ed economico ed in particolare per la passione di chirurgia cantieristica applicata dal maestro Carlo Di Fraia nel riportare in vita un Leudo in agonia, destinato a morte sicura in altre mani, ed al quale ero tanto affezionato poiché l'ho visto nascere e crescere giorno dopo giorno, pezzo per pezzo da quando io ero poco più che adolescente. Ancor più perché porta il mio nome e quello del mio nonno paterno e di altri Leudi di famiglia: Antonio nel 1800 e Antonio 2° nella seconda metà  del 1900 con i quali ha navigato mio padre sin da bambino tra la Liguria e Porto Torres.

 

 

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